












Progettare una casa per una famiglia significa lavorare su una materia che non è soltanto fisica. Prima dei muri, delle strutture, dei materiali e delle aperture esiste un insieme di relazioni, abitudini, desideri e aspettative che il progetto deve riconoscere e organizzare.
Una casa di famiglia non può essere considerata una composizione conclusa, destinata a rimanere identica a sé stessa. È piuttosto una struttura capace di accogliere vite differenti, attraversare stagioni successive e assorbire trasformazioni non sempre prevedibili all’inizio del lavoro. In essa convivono la dimensione collettiva e quella privata, la necessità di condividere e quella di isolarsi, l’ordine della quotidianità e l’imprevedibilità della vita.
Il compito dell’architetto non consiste quindi nell’imporre una personale idea dell’abitare, ma nel costruire una trama capace di accogliere le diverse forme che la vita familiare potrà assumere. È un lavoro di regia: occorre mantenere saldo il senso complessivo dell’opera, lasciando che le richieste dei committenti, le condizioni dell’edificio esistente, le necessità tecniche e le occasioni emerse durante il cantiere possano incidere realmente sul progetto.
La casa descritta in queste immagini nasce da questa condizione.
Il punto di partenza era un edificio realizzato negli anni Ottanta, espressione di un linguaggio vernacolare-borghese molto diffuso in quel periodo. Volumi articolati, falde inclinate, sporti di copertura, terrazze, decorazioni e materiali appartenevano a un immaginario domestico nel quale i nuovi proprietari non si riconoscevano.
La loro richiesta era netta: la nuova casa avrebbe dovuto avere un carattere completamente differente. Desideravano un’architettura luminosa e generosa, capace di riflettere un modo di vivere più aperto e informale, maturato anche durante gli anni trascorsi in Florida.
La trasformazione non poteva tuttavia limitarsi alla cancellazione della costruzione esistente. Il progetto doveva partire da ciò che era già presente: le strutture, i livelli, i muri controterra, il rapporto con il giardino e gli orientamenti verso il paesaggio. Si è quindi proceduto attraverso un processo di selezione, correzione e ricomposizione. Alcune parti sono state mantenute, altre modificate o sostituite, eliminando quanto apparteneva a un linguaggio ormai estraneo e portando a sistema le potenzialità dell’edificio originario.
L’immagine finale appare radicalmente nuova, ma conserva al proprio interno la memoria costruttiva della casa preesistente.
La principale complessità era rappresentata dai numerosi livelli sfalsati che articolavano l’edificio e il terreno. La successione delle quote, inizialmente percepita come un limite, è diventata uno degli strumenti attraverso cui organizzare la nuova abitazione. Il progetto ha reso leggibili i collegamenti tra i piani, attribuendo a ogni livello un ruolo preciso nella vita della famiglia.
Il tetto originario è stato demolito e sostituito da un nuovo piano attico destinato ai coniugi. Questa scelta ha modificato le proporzioni dell’edificio e la sua relazione con il paesaggio. La copertura piana ha consentito di definire una figura più astratta e orizzontale, composta da volumi bianchi, logge profonde e grandi aperture.
Il bianco, espressamente richiesto dai proprietari, non costituisce soltanto una scelta cromatica. È il dispositivo attraverso cui le diverse parti dell’edificio vengono ricondotte a unità. Assorbe la complessità della costruzione esistente, amplifica la luminosità degli ambienti e rende leggibile il contrasto con i serramenti scuri, il legno e la vegetazione mediterranea.
Nella luce intensa del luogo il bianco non è mai uniforme. Cambia durante il giorno, registra le ombre degli alberi, acquista profondità sotto le logge e si dissolve verso il cielo. Diviene così una superficie sensibile, capace di accogliere il tempo atmosferico, il paesaggio e il movimento delle persone.
Gli inserti lignei di facciata introducono una misura più domestica nei grandi volumi chiari. Il loro disegno sottolinea alcune aperture e alcune zone protette, rendendo riconoscibili i luoghi nei quali l’architettura si avvicina maggiormente al corpo e alla permanenza delle persone.
La nuova abitazione è stata progettata per una famiglia giovane, composita e destinata a crescere. Non era quindi possibile concepirla come una semplice somma di stanze assegnate in modo rigido. Era necessario costruire un sistema capace di accogliere presenze variabili, differenti età e modalità d’uso non sempre programmabili.
I bambini sono diventati uno dei principali riferimenti del progetto. La libertà con cui possono muoversi all’interno e all’esterno della casa ha costituito una misura concreta degli spazi. Gli ambienti comunicano visivamente, i percorsi sono leggibili e gli spazi comuni sono distribuiti sui diversi livelli. Il giardino posteriore, più protetto, è destinato ai giochi; le logge consentono di vivere all’aperto mantenendo una relazione diretta con gli interni; i piani non costituiscono mondi separati, ma parti di un’unica sequenza domestica.
Il piano principale rappresenta il centro della vita collettiva. Lo spazio non è suddiviso in stanze autonome, ma articolato in episodi successivi che definiscono l’ingresso, il soggiorno, la cucina e la zona pranzo. Ogni ambito rimane riconoscibile, pur appartenendo a un insieme continuo.
A organizzare questo livello è una lunga parete di fondo, disegnata come una boiserie continua. Dietro la sua superficie regolare sono raccolti gli spazi e le attrezzature che rendono possibile il funzionamento quotidiano della casa: gli ambienti di servizio, la sala cinema, la dispensa, le dotazioni della cucina e l’accesso alla distribuzione verticale.
La boiserie non è un arredo aggiunto, ma una vera infrastruttura domestica. Integra funzioni differenti, nasconde la complessità operativa dell’abitazione e restituisce allo spazio comune una percezione di ordine e continuità. Lo stesso principio guida le armadiature, le nicchie, i passaggi nascosti e i volumi contenitori: la semplicità degli ambienti non deriva dalla riduzione delle funzioni, ma dalla loro organizzazione.
Il paesaggio è costantemente presente. Le grandi aperture non sono elementi isolati della facciata, ma dispositivi di orientamento che incorniciano il mare, le montagne, le alberature esistenti e il profilo della costa.
Nel soggiorno e nella zona pranzo il limite della casa non coincide con il serramento. Le logge, i terrazzi e le sistemazioni del giardino costruiscono una successione di soglie tra interno ed esterno. Vetrate, pensiline, portici, parapetti e cambiamenti di pavimentazione definiscono diversi gradi di protezione e appartenenza, permettendo agli spazi domestici di estendersi verso il giardino e al paesaggio di entrare visivamente nella casa.
Al piano superiore una seconda zona living mette in relazione le camere dei figli con lo spazio collettivo sottostante. Affaccia sulla grande loggia che caratterizza la facciata e può assumere funzioni differenti nel corso della giornata: spazio di gioco, luogo di studio, soggiorno riservato o area di incontro. La sua presenza evita che il piano delle camere si riduca a una sequenza di stanze collegate da un corridoio. Anche la distribuzione diventa spazio abitabile. Sul lato opposto, il percorso affaccia sul giardino posteriore, acquistando luce, orientamento e una relazione continua con la vita esterna.
L’ultimo piano, dedicato ai coniugi, è concepito come un luogo di intimità e riposo, senza essere separato dalla vita familiare. La camera è organizzata intorno a un letto di grandi dimensioni, capace di accogliere anche i figli più piccoli quando necessario. Le due cabine armadio e il bagno garantiscono autonomia e ordine, mentre il terrazzo esclusivo stabilisce una relazione più privata con il paesaggio.
Anche la scala interpreta il rapporto tra preesistenza e trasformazione. Una parte della struttura originaria è stata integrata con una nuova rampa. Il punto di contatto non viene mascherato, ma risolto attraverso un sistema unitario: i pendini metallici che sostengono la nuova rampa si prolungano verso il basso e diventano gli elementi verticali del parapetto.
La necessità statica assume così un ruolo spaziale e figurativo. La struttura non viene rivestita per apparire diversa da ciò che è, ma precisata attraverso il disegno fino a diventare parte dell’architettura. La sequenza degli elementi verticali filtra la luce, definisce il vano scala e mette in comunicazione i diversi livelli. A seconda del punto di vista, il sistema appare come una superficie continua oppure si dissolve, lasciando intravedere i gradini e gli ambienti retrostanti.
Al livello più basso, la passione del proprietario per le automobili storiche ha generato uno degli spazi più personali della casa. La richiesta non era quella di realizzare soltanto una grande autorimessa, ma un ambiente nel quale la collezione potesse entrare a far parte della vita quotidiana. Il garage è stato quindi concepito come una stanza abitata. Accanto alle automobili trovano posto un bar, una cantina vini, un biliardo e spazi destinati alla conversazione e allo svago. È contemporaneamente luogo di custodia, ambiente espositivo e soggiorno alternativo, nel quale il collezionismo si lega alla convivialità. Il legno, l’illuminazione, gli arredi e le opere raccolte dal proprietario contribuiscono a costruire un ambiente informale. L’automobile non rappresenta soltanto un oggetto tecnico o un simbolo, ma il punto di partenza di relazioni e occasioni di incontro.
Da questa passione deriva anche la presenza del rosso, utilizzato in punti selezionati della casa e del giardino. Nel sistema prevalentemente bianco dell’edificio, il colore introduce una discontinuità intenzionale. Richiama il mondo dell’automobile, l’energia e il carattere del proprietario, rendendo visibile la partecipazione personale della famiglia al progetto e impedendo alla casa di trasformarsi in un’immagine astratta o impersonale.
Il giardino è organizzato come una successione di ambiti. L’arrivo, la risalita, l’ingresso alla casa, la piscina, il parterre, il terrazzo panoramico, la zona del braciere e gli spazi destinati ai bambini sono parti di un unico percorso.
Dall’accesso alla proprietà la salita conduce al livello principale dell’abitazione. Il movimento può orientarsi verso l’ingresso oppure proseguire in direzione della piscina, volutamente separata dal corpo principale. Questa distanza le attribuisce un carattere autonomo e consente alla pool-house di funzionare come un piccolo padiglione nel giardino.
La piscina non è una semplice appendice del soggiorno, ma una destinazione. Può accogliere ospiti senza coinvolgere necessariamente tutti gli spazi domestici e costruisce un luogo specificamente legato all’estate, all’acqua e alla vita all’aperto.
Proseguendo lungo il percorso d’ingresso si raggiunge un terrazzo dal quale è possibile osservare il parterre antistante la casa e, sul lato opposto, un ambito più raccolto organizzato intorno al fuoco. La sua posizione consente di osservare il tramonto in una condizione maggiormente protetta. Dopo gli spazi ampi e aperti del fronte principale, questo luogo introduce una misura più intima. Il giardino alterna così apertura e raccoglimento, gioco e contemplazione, rappresentazione e quotidianità.
Sul lato occidentale e su quello settentrionale la sistemazione paesaggistica proseguirà con la realizzazione di un frutteto e di un uliveto. Questi spazi stabiliscono una relazione con la tradizione agricola del territorio e attribuiscono al giardino una dimensione produttiva, stagionale e familiare. Gli alberi cresceranno, produrranno frutti e introdurranno nuove consuetudini, partecipando alla trasformazione futura della casa.
La scelta dei materiali e di molte finiture è stata fortemente condivisa con i proprietari. I loro gusti, le loro esperienze e le loro passioni hanno orientato decisioni che un progetto puramente autoriale avrebbe probabilmente affrontato in modo diverso.
Questa partecipazione non rappresenta una limitazione, ma una qualità dell’intervento. Una casa destinata a una famiglia specifica non deve esprimere soltanto il pensiero dell’architetto: deve aderire alle persone che la abitano, fino a diventare riconoscibile come loro.
Il carattere sartoriale dell’opera non coincide con l’accumulazione di soluzioni personalizzate, ma con la capacità di ricondurre desideri differenti entro una struttura coerente. Il lavoro dell’architetto consiste nell’ascoltare senza rinunciare a orientare, modificare senza perdere il senso generale e risolvere le necessità tecniche senza separarle dalle scelte spaziali.
Le forme dell’edificio, la scala, le boiserie, le grandi aperture, le logge e i terrazzamenti non sono quindi gesti autonomi. Ognuno di questi elementi deriva contemporaneamente dalle condizioni preesistenti, dalle esigenze costruttive e dalle necessità della famiglia.
La trasformazione dell’edificio degli anni Ottanta dimostra che valorizzare l’esistente non significa necessariamente conservarne l’immagine. La continuità non risiede sempre nella somiglianza formale. Può essere custodita nei muri mantenuti, nelle quote ricomposte, nella posizione delle fondazioni, negli alberi salvaguardati, nei percorsi reinterpretati e nella capacità del nuovo edificio di utilizzare con maggiore chiarezza ciò che il luogo già offriva.
La casa appare oggi distante dalla costruzione originaria, ma non potrebbe esistere in questa forma senza di essa.
Con la conclusione dei lavori, il processo di costruzione non può tuttavia dirsi terminato. La famiglia occuperà gli spazi, ne modificherà gli usi e introdurrà oggetti, abitudini e memorie che nessun progetto può anticipare completamente.
I bambini cresceranno, alcune stanze cambieranno funzione, il garage accoglierà nuove automobili e nuovi amici, mentre gli ulivi e gli alberi da frutto modificheranno il giardino. La casa smetterà progressivamente di appartenere al cantiere e agli architetti per diventare, nel senso più pieno, la casa della famiglia.
È questo il momento nel quale l’architettura raggiunge il proprio scopo: non quando ogni dettaglio è completato e fotografato, ma quando l’opera acquista la libertà di cambiare senza perdere la struttura profonda che l’ha generata.
Una casa riuscita non obbliga a vivere secondo l’immagine concepita dal progettista. Offre una trama sufficientemente solida da sostenere il tempo e abbastanza aperta da accogliere la vita.